Meriggio caleno

Sui caleni colli, di mirto aulenti,
dardeggia il sole ed il silenzio impera.
Là nella valle, di messi opima,
eleva la villanella il canto.
E i mietitori,
alternamente ripiegando il dorso,
lieti sen vanno, tutti in lunga fila,
falciando il grano.
Sugli argentei ulivi e sulle querce annose
le cicale friniscono, giulive alla calura.
Alita intorno un pastorale accento,
che fa serena l’ora del meriggio.
Il vento fresco irrompe da ponente
ad accarezzare i sogni in tanta pace:
dono divino alla fatica umana.

(Poesia di Pasquale Izzo)

La lampada

Una lampada
è presso ad esalare
l’ultimo guizzo nella notte fonda.
Colma d’essenze brilla,
 a lei d’accanto,
un’anfora stellata di diamanti.
Dice la fiamma,
crepitando lieve,
“Se una benigna mano a me versasse
di quell’anfora pingue alcune stille,
ancor vorrei, in un impeto d’incendio,
tutta di me far splendere la notte”.
Batte alla porta la tempesta,
il vento, con freddo soffio,
stronca il chiacchierio della tremula fiamma:
intorno accampa
l’armata delle tenebre e del Nulla.

(Poesia di Pasquale Izzo)

Turbamento

Mi fermo sovente a guardare
l’azzurro del cielo,
le stelle, i monti,
le valli ubertose,
le fragili case dell’uomo.
Mi turba il silenzio dei boschi,
la furia proterva del vento,
la voce possente del tuono,
l’arcano mistero del cosmo.
Avranno mai fine le cose?
La vita che pulsa nel cuore,
la morte che stronca e distrugge,
il lento fluire dell’ora?
Smarrito,
mi sento confuso
anche se parte di questo infinito.

(Poesia di Pasquale Izzo)

La lucerna

Quella lucerna dell’antica Cales,
che Peppe mi donò da circa un mese,
vorrebbe ancora, in modo originale,
illuminar le case al mio paese.
Come quand’essa, ricca di splendore,
signoreggiava in ogni casolare,
sia di un bifolco, sia di un ciabattino,
con fioca luce accanto al focolare.
Tempi di pace e di gentile afflato
per cui la vita, placida e serena,
era per tutti un dono meritato.
Or la lucerna, vuota e polverosa,
per questa umanità cotanto in pena,
risplendere vorrebbe generosa.

(Poesia di Pasquale Izzo)

La sensitiva

Come una sensitiva in sé raccolta,
che al calore del sol, di volta in volta,
apre le foglie sue candidamente,
così l’animo tuo, puro ed ardente,
all’amicale affetto s’abbandona
e la sua grazia e la virtù ci dona.
Serba nel tempo un sì pregiato fiore,
che oggi ancora adorna il tuo candore.

(Poesia di Pasquale Izzo)

I colori della Luce

Il colore più bello è quello della Luce
che vede la colomba nello sguardo dell’amata
la prima volta che gli vede gli occhi al mattino…
la luce degli occhi che vede per la prima volta
la mamma del suo bambino,
i colori del verde sconfinato
dove l’uomo ancora non ha fatto terra bruciata,
la luce che riflette il mare nelle sue onde dorate,
la luce dei tuoi occhi quando mi hai sorriso
dicendomi che ami un altro…
la luce che viene e che va del sole della luna e delle altre stelle.

La luce del filamento d’erba
che spunta tra i due popoli dopo la battaglia
e ne annuncia il rinsavire…
la luce del flauto che suona
tra tre bimbi di colori diversi
che il pomeriggio risolvono
il problema di matematica insieme
e imparano a condividere i loro problemi
per poi giocare a vivere in compagnia…
una luce che per loro la sera si deve spegnere
per farli riposare meglio…
ma che non si deve mai spegnere
per chi deve risolvere il problema
di chi la sera non ha un letto
e a mezzogiorno non ha un piatto!

(Poesia di Fabiano Di Nuccio)

Stanco

E venne, un giorno, un angelo adorno
di piume dorate e di un lume fatato,
che mi avvolse intorno come in un forno
e mi sentii un fiume infuriato che agli argini è arrivato!

E susseguì una notte a quel fatato giorno,
non più illuminata dalla intensa luce della fata
e svanì in una vuota botte, quel che penso, un sogno,
non più dolce, bensì atroce, dato l'oscuro mio fato!

Sono un’isola che non è bagnata dal Tuo amare,
sono come una mola che cade e che non può più masticare,
sono una gondola che è affondata in laguna,
sono una terra che non ha più una Luna!

Luce dei miei soli occhi,
duce delle mie solitarie battaglie,
atroce non aver nulla in sacco,
feroce è questo continuo smacco.

Rude è la mia vita, così cruda e senza denti,
in palude ormai è finita e si suda senza il vento,
prude quella ferita, che prelude nel mio mondo,
scudo, in tal partita, è la mia penna senza fondo!

Croce e mia delizia,
tu mi cuoci e non è uno sfizio,
non è dolce, questo mio supplizio,
oggi c'è verso di te un nuovo indizio.

Stanco di cercar il paradiso...
stanco di non gustar mai il riso...
stanco d'immaginar il tuo viso...
stanco d'esser qui in attesa!
Stanco di pensarti al mio fianco...
stanco di sognarti col velo bianco...
stanco di sprofondar sempre più nel fango...
stanco di non degnarti del mio rango!

(Canzone di Fabiano Di Nuccio)